Coppettazione, Segni e dolore …. ma perchè?
Sfatiamo un mito!

Le immagini che circolano, soprattutto in rete, rappresentano la coppettazione come una tecnica dolorosa e che lascia sul paziente evidenti segnature assimilabili ad ecchimosi … niente di più tendenzioso!

Si tratta di una metodica di trattamento con tradizione millenaria, sviluppata in tutte le culture per apportare sollievo a situazioni di squilibrio o blocco energetico ed alle sintomatologie che tali condizioni comportano.

Parliamo ovviamente solo ed esclusivamente della coppettazione cosiddetta “asciutta”, non di quella “con sanguinamento”  tipica ad esempio della cultura araba e praticata anche in occidente fino alla fine del diciannovesimo secolo come surrogato delle sanguisughe per il salasso, pratica fortunatamente abbandonata in tutte le sue modalità esecutive.

Orbene, se a priori escludiamo l’imperizia degli operatori o particolari “incidenti” esecutivi, la coppettazione non necessariamente lascia segni evidenti e non deve mai essere dolorosa.

La dolorosità, da non confondere con la non abituale sensazione di trazione sulla cute, dipende dalla sensibilità del ricevente e conseguentemente dalla perizia e sensibilità del terapeuta che non deve mai raggiungere la soglia del dolore, dosando la suzione e  lubrificando opportunamente la cute soprattutto quando viene posta in atto la cosiddetta “modalità strisciata”; la sensazione del ricevente deve essere piacevole, liberatoria, per quanto insolita.

E veniamo ai segni.

Le immagini che circolano, una per tutte quella famosa di Phelps alle Olimpiadi di Rio, evidenziano  vistosi segni che potrebbero sembrare ecchimosi, ovvero ematomi subepiteliali per rottura della trama capillare. Non lo sono e non lasciamoci impressionare da tali immagini.

In primo luogo non si tratta di ematomi e prova ne è l’evoluzione differente del segno lasciato che svanisce sbiadendo nel tempo e non segue il viraggio di colore, dal rosso al blu al verde al giallo, tipico del livido e poi si tratta di pratiche “estreme”, eseguite su atleti consenzienti e consci degli effetti ed eseguite con finalità specifiche per scopi prestazionali.

Nella pratica comune l’operatore deve attentamente valutare le caratteristiche della cute del ricevente, la eventualità fragilità capillare così come l’assunzione di farmaci antiaggreganti, prestare una costante attenzione alla evoluzione della somministrazione evitando comunque il dolore e limitando al massimo i segni residui, salvo che nei casi in cui sia richiesta una imponente superficializzazione delle “tossine” o dei patogeni, casi in cui comunque il ricevente deve essere preventivamente ampiamente preparato ed informato.

Nella pratica comune le lievi segnature derivanti dalla coppettazione statica (o a dimora) o gli arrossamenti provocati dalla strisciatura delle coppe sulla cute, scompaiono in un tempo variabile tra pochi minuti e qualche ora e non sono dolenti. Tutto ciò che va al di la di questo limite, quando non deliberatamente ricercato e concordato con la “vittima”, è pratica scorretta da parte dell’operatore che deve essere opportunamente formato per non produrre danno al ricevente.

La coppettazione, eseguita da un operatore esperto, è una metodologia di trattamento  formidabile per efficacia ed assolutamente indolore e non dannosa.

Grazie per l’attenzione! Paolo Fazi

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